Questo blog ha per scopo di permettere agli allievi del liceo di Vizille di presentare le loro letture e i loro compiti relativi al Premio di Chambéry (2014), grazie all'aiuto della regione Rodano-Alpi (programma Eureka)
Il logo del programma regionale
mercoledì 21 maggio 2014
domenica 18 maggio 2014
Le domande per l'incontro con Daniele Bresciani il 23 maggio
Quando un libro è un bel libro ? (2 marzo
2011 blog Vanity Fair)
La storia di Viola, la ragazza che nel suo
silenzio ritrova il padre – coerenza fra le lettere (una scrittura muta,
silenziosa), le zone sconosciute dunque silenziose del padre e la situazione di
Viola. Perché questa scelta, mettere la sua eroina dentro questa situazione
difficile ?
Domanda di Mariaclara – Come un uomo ha potuto
mettersi dentro la pelle di una ragazzina per scrivere quest’opera ?
Come scegliere le pagine che l’autore e l’editore mettono
in rete su Google book ? (Qui il 4° capitolo con la partenza di Viola nella
svizzera e i libri del padre trasmessi da Fulvio)
martedì 25 marzo 2014
Incontri di Chamébry
Adesso si sa : ecco gli incontri possibili nel quadro del festival, a Chambéry
Luca Giordano, Qui non crescono i fiori, ISBN (sélection adultes)
Daniele Bresciani, Ti volevo dire, Rizzoli (sélection jeunes)
lunedì 24 febbraio 2014
Il voto per il premio di chambéry
La scelta degli allievi di 2de ESABAC per il Premio di Chambéry
La scelta degli allievi di 1ère europeo
La scelta degli allievi di première ESABAC
AUTEUR |
TITRE |
1er Matteo RIGHETTO
|
La Pelle dell’Orso
|
2e Daniele BRESCIANI
|
Ti volevo dire
|
3e Matteo CORRADINI
|
La Repubblica delle Farfalle
|
La scelta degli allievi di 1ère europeo
AUTEUR |
TITRE |
1er Marta PASTORINO
|
Il Primo Gesto
|
2e Matteo RIGHETTO
|
La Pelle dell’Orso
|
3e Matteo CORRADINI
|
La Repubblica delle Farfalle
|
La scelta degli allievi di première ESABAC
AUTEUR |
TITRE |
1er Daniele BRESCIANI
|
Ti volevo dire
|
2e Matteo RIGHETTO
|
La Pelle dell’Orso
|
3e Matteo CORRADINI
|
La Repubblica delle Farfalle
|
domenica 23 febbraio 2014
“Le ossa del Gabibbo” di Virginia Virilli presentato in Puglia
Dalla Rubrica LaPugliaChe(si)Incontra
Scritto da Redazione
Virginia Virilli, spoletina, vive a Roma e Le ossa del Gabibbo (Feltrinelli, pp. 280, euro 15), il suo romanzo di esordio, è già un successo editoriale. Gira l’Italia con le sue presentazioni, è stata ospite della trasmissione di approfondimento culturale di La 7, Bookstore, e recensita a gennaio su La Repubblica da Elena Stancanelli. Venerdì 1° marzo ha fatto tappa a Gioia del Colle, presso la libreria La Librellula, e a Bari, presso la libreria Zaum.
Incontrare Virginia Virilli è una esperienza singolare.
La sua giovane età la intrappola in una leggera ansia che traspare
appena dallo sguardo e da qualche movimento delle mani che accompagnano i
capelli all’indietro, scoprendo una fronte alta, ben disegnata, come
tutti i lineamenti del viso. L’ansia gradualmente scompare quando Virginia comincia a parlare, a spiegare, a leggere, a cantare.
Le ossa del Gabibbo è un romanzo di formazione diviso in tre
parti ognuna delle quali corrisponde ad un’età della protagonista,
Virginia, che, alla fine del romanzo, proprio grazie alle esperienze che
in esso racconta, costruisce, non senza fatica e dolore, il suo modo di
essere e di relazionarsi al mondo che la circonda.
Attraverso il percorso di crescita di Virginia vengono analizzate le
diverse fasi della sua vita: la curiosità e la spensieratezza della
fanciullezza; le difficoltà, le angosce e i conflitti dell’adolescenza;
le prime dolorose consapevolezze, le inquietudini e le responsabilità
dell’età adulta.
Il fil rouge del romanzo è la malattia della madre di
Virginia, chiamata, per gioco, sempre con il suo cognome, Picozzi, una
giovane donna bella, intelligente, realizzata nel lavoro e nella
famiglia, malattia che stravolge le vite dei protagonisti e soprattutto
quella di Virginia, sua figlia bambina, la cui crescita deve
necessariamente fare i conti con la tragica realtà della sclerosi
multipla della madre.
Virginia cresce contemporaneamente alla malattia di Picozzi che,
gradualmente, la trasforma in un vegetale, un semplice oggetto di cui
prendersi cura, senza coscienza, senza volontà.
Ci sono brani struggenti in cui tutto il dolore della donna malata
emerge prepotente, insieme al rifiuto della malattia, respinta fino alla
fine come un invasore. Altrettanto struggente è il dolore della figlia per la sofferenza della madre, amata profondamente.
Non si indulge mai, tuttavia, nelle pagine del romanzo, alla
compassione smielata ed il tono del racconto rimane sempre di grande
dignità.
Virginia è di intelligenza vivace, ha una grande capacità di
analizzare e comprendere il mondo che la circonda, cerca di superare le
apparenze, per cogliere la complessa essenza delle cose.
È a tratti fragile, ma sa essere combattiva e non ha paura di lasciarsi
attraversare dalla vita, che vuole sperimentare pienamente, come sua
madre, purtroppo, non ha potuto fare: è come se solo la sua capacità di
abbracciare la vita possa assicurare il riscatto dalla malattia della
madre.
Altro elemento fondamentale nel romanzo è l’ironia che permea la
scrittura e rende la lettura piacevole e leggera, mettendo in secondo
piano la malattia stessa e rendendola solo, evidentemente, un pretesto,
un’occasione per parlare anche di altro.
La capacità introspettiva dell’autrice fa emergere in maniera chiara
le caratteristiche psicologiche e la vita interiore dei personaggi che
appaiono tutti ben strutturati e riconoscibili.
C’è nel romanzo anche un grande legame con il territorio, l’Umbria, e la storia degli anni in cui le vicende si svolgono.
Si menzionano il Festival dei due Mondi di Spoleto, l’attentato di via
D’Amelio, la guerra nella ex Jugoslavia: è forte il desiderio di
contestualizzare, quasi a rassicurare il lettore sulla veridicità di
quanto si sta narrando.
Tuttavia l’autrice unisce, alla capacità di descrivere la realtà, una
fervida immaginazione che passa attraverso la sua lente deformante
quella stessa realtà, rendendola più tollerabile.
Il linguaggio è asciutto, incisivo, fortemente evocativo. È sipario che si alza su una scena, rendendola immediatamente percepibile ai sensi del lettore, ed emotivamente coinvolgente. Spesso è senza filtro e spontaneo, diventa tratto caratteristico dei personaggi, qualcuno dei quali parla anche in dialetto.
Virginia Virilli, del resto, sottomette il linguaggio e la sintassi
alla sua creatività artistica e ne fa uno strumento di comunicazione
inedito, che fa esplodere regole e significati, ricomponendoli in un
codice nuovo, teso, vivo dall’inizio alla fine. Ci sono espressioni che grattano l’anima, veramente epifaniche delle situazioni e dei sentimenti descritti.
Non sarà sfuggita l’omonimia tra la protagonista e la scrittrice, ma,
sottolinea l’autrice, le sue esperienze biografiche sono soltanto un
punto di partenza per costruire un romanzo e dei personaggi che vivono
di vita propria.
Orietta Limitone
Fonte - http://www.puglialibre.it/2013/03/le-ossa-del-gabibbo-di-virginia-virilli-presentato-in-puglia/
martedì 18 febbraio 2014
Se volete leggere "La pelle dell'orso"...
24 maggio 2013, In Brioches | Autore Michele Marcon
Se fossi nato con qualche decennio di anticipo, ai tempi in cui i
nostri nonni facevano filò e si raccontavano un sacco di storie più o
meno antiche seduti attorno ad un focolare, molto probabilmente avrei
sentito raccontare la storia dell'orso-diavolo “il Diàol” che
imperversava nei monti dell'agordino. E
l'avrei ascoltata narrare col fiato in gola fino a che non mi fossi
addormentato in maniera semplice e naturale, come fanno i bambini.
Per questo mi viene da dire che La pelle dell'orso di Matteo Righetto, edito da Guanda, è un libro semplice e naturale. Per quello che racconta e per come lo fa. È la storia del giovane Domenico e di suo padre Pietro che partono in direzione del bosco, zaino in spalla e fucile sottobraccio, per dare la caccia al terribile orso che terrorizza gli abitanti del paese. Lo fanno per l'avventura in sé, per una ricompensa, per vendetta e per redenzione. Domenico decide di partire anche perché un giorno avrà una storia da raccontare.
Contagiato in tenera età dello struttural-funzionalismo, tendo a vedere nel romanzo dell'autore veneto una fedele adesione a certe teorie proppiane – le parti che compongono una favola possono essere trasferite da una all'altra senza fare danni – o vogleriane – le 12 tappe dell'eroe, qui piuttosto evidenti. Ma oggi, in via di guarigione, preferisco pensare a La pelle dell'orso come a una grande e semplice storia che, per quanto pubblicata nel 2013 e ambientata neglia nni '60, riesce a riproporre temi da sempre cari all'umanità tutta; temi lunghi e larghi, e per questo mai fuori moda come la paura e il coraggio. La paura dell'ignoto e la sfida alle cause del male, che fin dall'alba dei tempi l'uomo ha trasferito, per semplicità e naturalezza, agli elementi naturali incontrollabili: il fulmine e altri eventi atmosferici, oppure bestie feroci e indomabili che ci riportano alla memoria l'archetipo romanzesco di ogni bestia feroce e malvagia: Moby Dick. Attraverso vari passaggi siamo giunti al marlin hemingwayano, simbolo della costante sfida tra uomo e natura (non è un caso che il libro di Righetto apra proprio con una citazione del buon vecchio "Papa": «Oggi non è che un giorno qualunque tra tutti i giorni che verranno: Ma quello che accadrà in tutti i giorni che verranno può dipendere da quello che farai tu oggi», da Per chi suona la campana). Inoltre La pelle dell'orso è chiaramente un romanzo di formazione, ed è un romanzo "furbetto", perché è il classico libro che un padre regalerebbe ad un figlio e che un figlio regalerebbe ad un padre. E bravo Matteo Righetto! Ma giochi facile, perché a me i libri che parlano di padri e figli piacciono un sacco, soprattutto quelli scritti con il punto di vista del figlio. Focalizzazione interna direbbero i narratologi di scuola genettiana, ma io preferisco pensare a E.T. e a Spielberg che ha scelto mirabilmente di girare gran parte del film con un inquadratura ad altezza occhi-di-Elliott (che poi sono anche gli occhi dell'extraterrestre). La citazione cinematografica non viene a caso perché, l'autore usa proprio il cinema per segnalare un momento topico del racconto:
Per questo mi viene da dire che La pelle dell'orso di Matteo Righetto, edito da Guanda, è un libro semplice e naturale. Per quello che racconta e per come lo fa. È la storia del giovane Domenico e di suo padre Pietro che partono in direzione del bosco, zaino in spalla e fucile sottobraccio, per dare la caccia al terribile orso che terrorizza gli abitanti del paese. Lo fanno per l'avventura in sé, per una ricompensa, per vendetta e per redenzione. Domenico decide di partire anche perché un giorno avrà una storia da raccontare.
Contagiato in tenera età dello struttural-funzionalismo, tendo a vedere nel romanzo dell'autore veneto una fedele adesione a certe teorie proppiane – le parti che compongono una favola possono essere trasferite da una all'altra senza fare danni – o vogleriane – le 12 tappe dell'eroe, qui piuttosto evidenti. Ma oggi, in via di guarigione, preferisco pensare a La pelle dell'orso come a una grande e semplice storia che, per quanto pubblicata nel 2013 e ambientata neglia nni '60, riesce a riproporre temi da sempre cari all'umanità tutta; temi lunghi e larghi, e per questo mai fuori moda come la paura e il coraggio. La paura dell'ignoto e la sfida alle cause del male, che fin dall'alba dei tempi l'uomo ha trasferito, per semplicità e naturalezza, agli elementi naturali incontrollabili: il fulmine e altri eventi atmosferici, oppure bestie feroci e indomabili che ci riportano alla memoria l'archetipo romanzesco di ogni bestia feroce e malvagia: Moby Dick. Attraverso vari passaggi siamo giunti al marlin hemingwayano, simbolo della costante sfida tra uomo e natura (non è un caso che il libro di Righetto apra proprio con una citazione del buon vecchio "Papa": «Oggi non è che un giorno qualunque tra tutti i giorni che verranno: Ma quello che accadrà in tutti i giorni che verranno può dipendere da quello che farai tu oggi», da Per chi suona la campana). Inoltre La pelle dell'orso è chiaramente un romanzo di formazione, ed è un romanzo "furbetto", perché è il classico libro che un padre regalerebbe ad un figlio e che un figlio regalerebbe ad un padre. E bravo Matteo Righetto! Ma giochi facile, perché a me i libri che parlano di padri e figli piacciono un sacco, soprattutto quelli scritti con il punto di vista del figlio. Focalizzazione interna direbbero i narratologi di scuola genettiana, ma io preferisco pensare a E.T. e a Spielberg che ha scelto mirabilmente di girare gran parte del film con un inquadratura ad altezza occhi-di-Elliott (che poi sono anche gli occhi dell'extraterrestre). La citazione cinematografica non viene a caso perché, l'autore usa proprio il cinema per segnalare un momento topico del racconto:
Per un attimo gli sembrò di vedersi da fuori e assistere ad un momento importante e quasi magico, come se quei minuti e quell'istante in particolare fossero un capitolo fondamentale della sua vita, quello che la professoressa di italiano parlando di cinema avrebbe chiamato scena madre.Il mondo di Domenico, e dei ragazzi in generale, è puntellato di scene madri, momenti importanti e magici, è popolato da parossismi della fantasia, creature mitologiche come le anguane e i mazaròl, oppure come un orso infernale, così infernale che ci manca solo che sputi fuoco. Ma non lo troverei strano, neanche quando la narrazione incrocia fatti verissimi e drammatici della storia nostrana come il disastro del Vajont. Non lo troverei strano perché questo è un grande racconto, semplice e naturale, pieno di cose un po' vere e un po' false, come quelli che venivano raccontati una volta per mandare i bambini a dormire.
Fonte - http://www.finzionimagazine.it/libri/brioches/matteo-righetto-la-pelle-dellorso/
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