Grazie a Lisa
Questo blog ha per scopo di permettere agli allievi del liceo di Vizille di presentare le loro letture e i loro compiti relativi al Premio di Chambéry (2014), grazie all'aiuto della regione Rodano-Alpi (programma Eureka)
Il logo del programma regionale
lunedì 2 giugno 2014
mercoledì 21 maggio 2014
domenica 18 maggio 2014
Le domande per l'incontro con Daniele Bresciani il 23 maggio
Quando un libro è un bel libro ? (2 marzo
2011 blog Vanity Fair)
La storia di Viola, la ragazza che nel suo
silenzio ritrova il padre – coerenza fra le lettere (una scrittura muta,
silenziosa), le zone sconosciute dunque silenziose del padre e la situazione di
Viola. Perché questa scelta, mettere la sua eroina dentro questa situazione
difficile ?
Domanda di Mariaclara – Come un uomo ha potuto
mettersi dentro la pelle di una ragazzina per scrivere quest’opera ?
Come scegliere le pagine che l’autore e l’editore mettono
in rete su Google book ? (Qui il 4° capitolo con la partenza di Viola nella
svizzera e i libri del padre trasmessi da Fulvio)
martedì 25 marzo 2014
Incontri di Chamébry
Adesso si sa : ecco gli incontri possibili nel quadro del festival, a Chambéry
Luca Giordano, Qui non crescono i fiori, ISBN (sélection adultes)
Daniele Bresciani, Ti volevo dire, Rizzoli (sélection jeunes)
lunedì 24 febbraio 2014
Il voto per il premio di chambéry
La scelta degli allievi di 2de ESABAC per il Premio di Chambéry
La scelta degli allievi di 1ère europeo
La scelta degli allievi di première ESABAC
AUTEUR |
TITRE |
1er Matteo RIGHETTO
|
La Pelle dell’Orso
|
2e Daniele BRESCIANI
|
Ti volevo dire
|
3e Matteo CORRADINI
|
La Repubblica delle Farfalle
|
La scelta degli allievi di 1ère europeo
AUTEUR |
TITRE |
1er Marta PASTORINO
|
Il Primo Gesto
|
2e Matteo RIGHETTO
|
La Pelle dell’Orso
|
3e Matteo CORRADINI
|
La Repubblica delle Farfalle
|
La scelta degli allievi di première ESABAC
AUTEUR |
TITRE |
1er Daniele BRESCIANI
|
Ti volevo dire
|
2e Matteo RIGHETTO
|
La Pelle dell’Orso
|
3e Matteo CORRADINI
|
La Repubblica delle Farfalle
|
domenica 23 febbraio 2014
“Le ossa del Gabibbo” di Virginia Virilli presentato in Puglia
Dalla Rubrica LaPugliaChe(si)Incontra
Scritto da Redazione
Virginia Virilli, spoletina, vive a Roma e Le ossa del Gabibbo (Feltrinelli, pp. 280, euro 15), il suo romanzo di esordio, è già un successo editoriale. Gira l’Italia con le sue presentazioni, è stata ospite della trasmissione di approfondimento culturale di La 7, Bookstore, e recensita a gennaio su La Repubblica da Elena Stancanelli. Venerdì 1° marzo ha fatto tappa a Gioia del Colle, presso la libreria La Librellula, e a Bari, presso la libreria Zaum.
Incontrare Virginia Virilli è una esperienza singolare.
La sua giovane età la intrappola in una leggera ansia che traspare
appena dallo sguardo e da qualche movimento delle mani che accompagnano i
capelli all’indietro, scoprendo una fronte alta, ben disegnata, come
tutti i lineamenti del viso. L’ansia gradualmente scompare quando Virginia comincia a parlare, a spiegare, a leggere, a cantare.
Le ossa del Gabibbo è un romanzo di formazione diviso in tre
parti ognuna delle quali corrisponde ad un’età della protagonista,
Virginia, che, alla fine del romanzo, proprio grazie alle esperienze che
in esso racconta, costruisce, non senza fatica e dolore, il suo modo di
essere e di relazionarsi al mondo che la circonda.
Attraverso il percorso di crescita di Virginia vengono analizzate le
diverse fasi della sua vita: la curiosità e la spensieratezza della
fanciullezza; le difficoltà, le angosce e i conflitti dell’adolescenza;
le prime dolorose consapevolezze, le inquietudini e le responsabilità
dell’età adulta.
Il fil rouge del romanzo è la malattia della madre di
Virginia, chiamata, per gioco, sempre con il suo cognome, Picozzi, una
giovane donna bella, intelligente, realizzata nel lavoro e nella
famiglia, malattia che stravolge le vite dei protagonisti e soprattutto
quella di Virginia, sua figlia bambina, la cui crescita deve
necessariamente fare i conti con la tragica realtà della sclerosi
multipla della madre.
Virginia cresce contemporaneamente alla malattia di Picozzi che,
gradualmente, la trasforma in un vegetale, un semplice oggetto di cui
prendersi cura, senza coscienza, senza volontà.
Ci sono brani struggenti in cui tutto il dolore della donna malata
emerge prepotente, insieme al rifiuto della malattia, respinta fino alla
fine come un invasore. Altrettanto struggente è il dolore della figlia per la sofferenza della madre, amata profondamente.
Non si indulge mai, tuttavia, nelle pagine del romanzo, alla
compassione smielata ed il tono del racconto rimane sempre di grande
dignità.
Virginia è di intelligenza vivace, ha una grande capacità di
analizzare e comprendere il mondo che la circonda, cerca di superare le
apparenze, per cogliere la complessa essenza delle cose.
È a tratti fragile, ma sa essere combattiva e non ha paura di lasciarsi
attraversare dalla vita, che vuole sperimentare pienamente, come sua
madre, purtroppo, non ha potuto fare: è come se solo la sua capacità di
abbracciare la vita possa assicurare il riscatto dalla malattia della
madre.
Altro elemento fondamentale nel romanzo è l’ironia che permea la
scrittura e rende la lettura piacevole e leggera, mettendo in secondo
piano la malattia stessa e rendendola solo, evidentemente, un pretesto,
un’occasione per parlare anche di altro.
La capacità introspettiva dell’autrice fa emergere in maniera chiara
le caratteristiche psicologiche e la vita interiore dei personaggi che
appaiono tutti ben strutturati e riconoscibili.
C’è nel romanzo anche un grande legame con il territorio, l’Umbria, e la storia degli anni in cui le vicende si svolgono.
Si menzionano il Festival dei due Mondi di Spoleto, l’attentato di via
D’Amelio, la guerra nella ex Jugoslavia: è forte il desiderio di
contestualizzare, quasi a rassicurare il lettore sulla veridicità di
quanto si sta narrando.
Tuttavia l’autrice unisce, alla capacità di descrivere la realtà, una
fervida immaginazione che passa attraverso la sua lente deformante
quella stessa realtà, rendendola più tollerabile.
Il linguaggio è asciutto, incisivo, fortemente evocativo. È sipario che si alza su una scena, rendendola immediatamente percepibile ai sensi del lettore, ed emotivamente coinvolgente. Spesso è senza filtro e spontaneo, diventa tratto caratteristico dei personaggi, qualcuno dei quali parla anche in dialetto.
Virginia Virilli, del resto, sottomette il linguaggio e la sintassi
alla sua creatività artistica e ne fa uno strumento di comunicazione
inedito, che fa esplodere regole e significati, ricomponendoli in un
codice nuovo, teso, vivo dall’inizio alla fine. Ci sono espressioni che grattano l’anima, veramente epifaniche delle situazioni e dei sentimenti descritti.
Non sarà sfuggita l’omonimia tra la protagonista e la scrittrice, ma,
sottolinea l’autrice, le sue esperienze biografiche sono soltanto un
punto di partenza per costruire un romanzo e dei personaggi che vivono
di vita propria.
Orietta Limitone
Fonte - http://www.puglialibre.it/2013/03/le-ossa-del-gabibbo-di-virginia-virilli-presentato-in-puglia/
martedì 18 febbraio 2014
Se volete leggere "La pelle dell'orso"...
24 maggio 2013, In Brioches | Autore Michele Marcon
Se fossi nato con qualche decennio di anticipo, ai tempi in cui i
nostri nonni facevano filò e si raccontavano un sacco di storie più o
meno antiche seduti attorno ad un focolare, molto probabilmente avrei
sentito raccontare la storia dell'orso-diavolo “il Diàol” che
imperversava nei monti dell'agordino. E
l'avrei ascoltata narrare col fiato in gola fino a che non mi fossi
addormentato in maniera semplice e naturale, come fanno i bambini.
Per questo mi viene da dire che La pelle dell'orso di Matteo Righetto, edito da Guanda, è un libro semplice e naturale. Per quello che racconta e per come lo fa. È la storia del giovane Domenico e di suo padre Pietro che partono in direzione del bosco, zaino in spalla e fucile sottobraccio, per dare la caccia al terribile orso che terrorizza gli abitanti del paese. Lo fanno per l'avventura in sé, per una ricompensa, per vendetta e per redenzione. Domenico decide di partire anche perché un giorno avrà una storia da raccontare.
Contagiato in tenera età dello struttural-funzionalismo, tendo a vedere nel romanzo dell'autore veneto una fedele adesione a certe teorie proppiane – le parti che compongono una favola possono essere trasferite da una all'altra senza fare danni – o vogleriane – le 12 tappe dell'eroe, qui piuttosto evidenti. Ma oggi, in via di guarigione, preferisco pensare a La pelle dell'orso come a una grande e semplice storia che, per quanto pubblicata nel 2013 e ambientata neglia nni '60, riesce a riproporre temi da sempre cari all'umanità tutta; temi lunghi e larghi, e per questo mai fuori moda come la paura e il coraggio. La paura dell'ignoto e la sfida alle cause del male, che fin dall'alba dei tempi l'uomo ha trasferito, per semplicità e naturalezza, agli elementi naturali incontrollabili: il fulmine e altri eventi atmosferici, oppure bestie feroci e indomabili che ci riportano alla memoria l'archetipo romanzesco di ogni bestia feroce e malvagia: Moby Dick. Attraverso vari passaggi siamo giunti al marlin hemingwayano, simbolo della costante sfida tra uomo e natura (non è un caso che il libro di Righetto apra proprio con una citazione del buon vecchio "Papa": «Oggi non è che un giorno qualunque tra tutti i giorni che verranno: Ma quello che accadrà in tutti i giorni che verranno può dipendere da quello che farai tu oggi», da Per chi suona la campana). Inoltre La pelle dell'orso è chiaramente un romanzo di formazione, ed è un romanzo "furbetto", perché è il classico libro che un padre regalerebbe ad un figlio e che un figlio regalerebbe ad un padre. E bravo Matteo Righetto! Ma giochi facile, perché a me i libri che parlano di padri e figli piacciono un sacco, soprattutto quelli scritti con il punto di vista del figlio. Focalizzazione interna direbbero i narratologi di scuola genettiana, ma io preferisco pensare a E.T. e a Spielberg che ha scelto mirabilmente di girare gran parte del film con un inquadratura ad altezza occhi-di-Elliott (che poi sono anche gli occhi dell'extraterrestre). La citazione cinematografica non viene a caso perché, l'autore usa proprio il cinema per segnalare un momento topico del racconto:
Per questo mi viene da dire che La pelle dell'orso di Matteo Righetto, edito da Guanda, è un libro semplice e naturale. Per quello che racconta e per come lo fa. È la storia del giovane Domenico e di suo padre Pietro che partono in direzione del bosco, zaino in spalla e fucile sottobraccio, per dare la caccia al terribile orso che terrorizza gli abitanti del paese. Lo fanno per l'avventura in sé, per una ricompensa, per vendetta e per redenzione. Domenico decide di partire anche perché un giorno avrà una storia da raccontare.
Contagiato in tenera età dello struttural-funzionalismo, tendo a vedere nel romanzo dell'autore veneto una fedele adesione a certe teorie proppiane – le parti che compongono una favola possono essere trasferite da una all'altra senza fare danni – o vogleriane – le 12 tappe dell'eroe, qui piuttosto evidenti. Ma oggi, in via di guarigione, preferisco pensare a La pelle dell'orso come a una grande e semplice storia che, per quanto pubblicata nel 2013 e ambientata neglia nni '60, riesce a riproporre temi da sempre cari all'umanità tutta; temi lunghi e larghi, e per questo mai fuori moda come la paura e il coraggio. La paura dell'ignoto e la sfida alle cause del male, che fin dall'alba dei tempi l'uomo ha trasferito, per semplicità e naturalezza, agli elementi naturali incontrollabili: il fulmine e altri eventi atmosferici, oppure bestie feroci e indomabili che ci riportano alla memoria l'archetipo romanzesco di ogni bestia feroce e malvagia: Moby Dick. Attraverso vari passaggi siamo giunti al marlin hemingwayano, simbolo della costante sfida tra uomo e natura (non è un caso che il libro di Righetto apra proprio con una citazione del buon vecchio "Papa": «Oggi non è che un giorno qualunque tra tutti i giorni che verranno: Ma quello che accadrà in tutti i giorni che verranno può dipendere da quello che farai tu oggi», da Per chi suona la campana). Inoltre La pelle dell'orso è chiaramente un romanzo di formazione, ed è un romanzo "furbetto", perché è il classico libro che un padre regalerebbe ad un figlio e che un figlio regalerebbe ad un padre. E bravo Matteo Righetto! Ma giochi facile, perché a me i libri che parlano di padri e figli piacciono un sacco, soprattutto quelli scritti con il punto di vista del figlio. Focalizzazione interna direbbero i narratologi di scuola genettiana, ma io preferisco pensare a E.T. e a Spielberg che ha scelto mirabilmente di girare gran parte del film con un inquadratura ad altezza occhi-di-Elliott (che poi sono anche gli occhi dell'extraterrestre). La citazione cinematografica non viene a caso perché, l'autore usa proprio il cinema per segnalare un momento topico del racconto:
Per un attimo gli sembrò di vedersi da fuori e assistere ad un momento importante e quasi magico, come se quei minuti e quell'istante in particolare fossero un capitolo fondamentale della sua vita, quello che la professoressa di italiano parlando di cinema avrebbe chiamato scena madre.Il mondo di Domenico, e dei ragazzi in generale, è puntellato di scene madri, momenti importanti e magici, è popolato da parossismi della fantasia, creature mitologiche come le anguane e i mazaròl, oppure come un orso infernale, così infernale che ci manca solo che sputi fuoco. Ma non lo troverei strano, neanche quando la narrazione incrocia fatti verissimi e drammatici della storia nostrana come il disastro del Vajont. Non lo troverei strano perché questo è un grande racconto, semplice e naturale, pieno di cose un po' vere e un po' false, come quelli che venivano raccontati una volta per mandare i bambini a dormire.
Fonte - http://www.finzionimagazine.it/libri/brioches/matteo-righetto-la-pelle-dellorso/
Se volete leggere "La pelle dell'Orso"...
Libri per l'estate/3 Matteo Righetto
06/08/2013 Un uomo cerca riscatto lanciando una sfida temeraria: uccidere il mostruoso animale che sta terrorizzando le Dolomiti. E trascina con sé il figlio... Il romanzo di Matteo Righetto.
Una scena del film "L'orso" di Jean-Jacques Annaud del 1988.
La situazione delicata di questa famiglia spezzata viene di colpo sottoposta a un’inattesa svolta. In una delle tante serate perse al bar, ad affogare nel vino ricordi, dispiaceri e sensi di colpa, il padre sfida il disprezzo dei compaesani, lanciando una sfida temeraria: avrebbe ucciso l’orso che stava infestando le loro montagne; non un orso qualsiasi, ma “El Diàol”, così chiamato per la sua ferocia e le spaventose dimensioni. Alcuni ridono, ma, di fronte alla determinazione dell’uomo, il riccastro del posto accetta la scomessa e mette in palio una grossa somma.
A questo punto l’uomo parte per cacciare l’animale. Non da solo, però: trascina con sé il figlio, strappandolo alla scuola e alla vita che spetterebbe a un ragazzo della sua età. E qui si svela il senso del suo folle progetto: è un desiderio di rivalsa nei confronti di chi lo considera solo un balordo a muoverlo, certo, ma, ancora di più, un sussulto di dignità, l’esigenza di un riscatto, la volontà di mostrare a sé stesso e soprattutto a Domenico che lui è un uomo di valore.
Matteo Righetto, 30 anni, padovano, è docente di Lettere e scrittore.
Padre e figlio salgono verso i monti
più remoti. La natura dolomitica – in
una descrizione tutt’altro che edulcorata,
restituita in tutta la sua aspra potenza
– diventa protagonista e “costringe”
i due a farsi più vicini, a riconoscersi,
a ricominciare dall’inizio
un rapporto degenerato per le
storture imprevedibili dell’esistenza.
In una delle rare parole pronunciate,
il padre arriverà finalmente a svelare
al figlio i suoi sentimenti più veri...
Fino al momento cruciale, l’incontro
decisivo con El Diàol, al quale
Domenico è stato preparato dal genitore
fin nei minimi dettagli.
Non riveleremo qui altro della trama, per non guastare al lettore il piacere della scoperta, ma vanno evidenziate la forza e l’originalità di questa intensa resa dei conti, che metterà inesorabilmente i due protagonisti di fronte a sé stessi (sarebbe interessante che qualche psicanalista si soffermasse su questo momento). Racconto di formazione e iniziazione, La pelle dell’orso di Matteo Righetto (Guanda) scrive un ulteriore e riuscito capitolo di quell’infinito romanzo che sono la famiglia, i rapporti fra padre e figlio, il bisogno di riscatto.
Non riveleremo qui altro della trama, per non guastare al lettore il piacere della scoperta, ma vanno evidenziate la forza e l’originalità di questa intensa resa dei conti, che metterà inesorabilmente i due protagonisti di fronte a sé stessi (sarebbe interessante che qualche psicanalista si soffermasse su questo momento). Racconto di formazione e iniziazione, La pelle dell’orso di Matteo Righetto (Guanda) scrive un ulteriore e riuscito capitolo di quell’infinito romanzo che sono la famiglia, i rapporti fra padre e figlio, il bisogno di riscatto.
Fonte - http://www.famigliacristiana.it/articolo/libri-padre-e-figlio-a-caccia-dell-orso.aspx
Se volete leggere "La pelle dell'Orso" - Note di lettura
Matteo Righetto – La pelle dell’orso
Un articolo di Alberto Bullado , del
Pubblichiamo su Agorà la recensione che Ferdinando Camon ha scritto per la Stampa, a proposito de La pelle dell’orso,
di Matteo Righetto, romanzo di formazione che narra un’epica avventura
vissuta da un padre e un figlio, nelle terre selvagge delle Dolomiti,
alla vigilia della tragedia del Vajont.
Son tornate le linci, le volpi, le aquile, i lupi, e gli orsi.
Prima 5-6 coppie di Orso Bruno liberate nei boschi del Bellunese e del
Trentino, a ridosso dell’Austria; adesso si calcola che ce ne siano
alcune decine. Vai per i sentieri della Val Zoldana, e sai che a destra e a sinistra ce n’è qualcuno: tu non vedi lui, ma lui vede te.
La Val Zoldana è vicina all’area che il mondo conosce per la catastrofe del Vajont:
la catastrofe avvenne di notte, al mattino i giornali nazionali non
avevano la notizia, il “Gazzettino” sì, a caratteri mastodontici, mai
visti caratteri così grandi, sembravano tagliati con lo scalpello.
In stazione, all’alba presto, era un via-vai di lettori che correvano
in edicola a cambiare i loro giornali nazionali col “Gazzettino”. Passo spesso di lì, e ogni volta mi domando: nascerà un nuovo scrittore, capace di raccontare la nuova Natura, la paura dell’uomo detronizzato, la grandezza del piccolo uomo che affronta la Grande Bestia? E la dolcezza materna di questi monti e di queste valli, dove ci sono uomini che parlano con i cani in lingua tedesca? Cani che sono lupi, allevati da piccoli.
D’improvviso, in silenzio, eccolo il romanzo della nuova Natura, delle bestie selvagge, degli orsi e specialmente del Grande Orso, soprannominato El Diàol.
Il centro del racconto sta a Colle Santa Lucia, uno di quei paesi
bellissimi che però t’ispirano un senso di allarme: visiti il cimitero,
delizioso, e dalle epigrafi capisci che le due guerre mondiali per loro
non sono cominciate nel ‘15 e nel ’40, ma nel ’14 e ’39. Nel ’15 erano i nostri nemici.
È un’oasi di lingua ladina. L’orso Diàol sta nel cuore del bosco,
assalta caprioli e nella furia di sbranarli li scaraventa tra i rami
degli abeti. Il romanzo ha un impianto apparentemente hemingwayano, padre e figlio che vanno a uccidere il Diàol per intascare una maxi-scommessa, ma in realtà Hemingway sta troppo in superficie, qui il testo scende più in profondità, non lo senti derivare da qualcuno dei Quarantanove racconti di Ernest, ma dalla Linea d’ombra di Conrad.
La “linea d’ombra” segna l’uscita dell’uomo dall’età dell’innocenza e l’entrata nelle grandi sfide, la furia dell’oceano, i mostri della natura e dello spirito, fuori di te e dentro di te.
Oltrepassi quella linea, e non sei più lo stesso. Qui la grande sfida
sta nel cercare, trovare e uccidere il Grande Orso, El Diàol.
La scommessa l’ha lanciata il padre, ma se a uccidere l’orso fosse il
padre, sarebbe uno dei tanti racconti d’avventura a quota simbolica zero. Qui la quota simbolica è alta:
è il figlio, 12 anni, che uccide la Bestia, su quella linea d’ombra
avviene il passaggio delle consegne, il figlio è un vincente che vince
la vita, il padre esce dalla vittoria e dalla vita.
Lo scontro avviene nel cuore del bosco dove il padre, quand’era ragazzo, aveva una capanna segreta, per sé e per la sua ragazza. Il figlio studia bene il posto. Diventerà il suo posto segreto. Righetto sposta indietro la vicenda, al tempo della catastrofe del Vajont, ma la spinta a scrivere gli viene oggi dal ritorno delle bestie feroci. È da queste che è eccitato. Un tempo avremmo detto “ispirato”.
Fonte - http://www.scuolatwain.it/blog/matteo-righetto-la-pelle-dellorso/
Se volete leggere "La pelle dell'Orso"... - Note di lettura
Note di lettura: “La pelle dell’orso” di Matteo Righetto.
di Luigi Preziosi
[Oggi Luigi Preziosi comincia a collaborare con vibrisse, dove pubblicherà le sue "note di lettura". Se questa recensione vi sembrerà ben fatta, potete trovarne altre qui . gm]
Sorprende felicemente, questo La pelle dell’orso di Matteo Righetto ,
uscito qualche mese fa presso Guanda: per diversi motivi, tra i quali
spicca l’insolita esplorazione di temi poco frequentati dalla narrativa
italiana di questi anni.
La guida una concezione epica dell’esistenza, assimilata dalle pagine
di alcuni grandi narratori di area anglosassone dell’Otto – Novecento
(tra i quali, con maggior evidenza, Conrad, London, Hemingway) a cui
l’autore del resto fa abbastanza apertamente riferimento.
La storia è esemplarmente lineare: Domenico è un ragazzino dodicenne
orfano di mamma, che abita con il padre in un villaggio delle Dolomiti
nei primi anni Sessanta.
Vive gli anni in cui con cautela ed incoscienza insieme si comincia ad
esplorare il mondo: vaga per i boschi intorno al paese, passa ore al
torrente a pescare e a sognare, mescolando con inconsapevole facilità,
com’è proprio dei preadolescenti, fantasticheria e realtà.
La fantasia gli si infiamma alla storie di Tom Sawyer che la
professoressa di italiano racconta a scuola, e dal futuro immenso che
gli si squaderna davanti attende un seguito di avventure straordinarie.
All’inizio d’autunno una ridda di voci percorre il paese, e tutte
parlano con timore di un orso gigantesco che s’aggira nei boschi, e che
tracce insanguinate disseminate nei boschi rivelano come creatura di una
ferocia inusitata.
Pietro, suo padre, con un gesto inaspettato, una sera al bar Posta
sfida i paesani e scommette che esibirà la sua pelle in piazza, e per
quell’impresa si fa accompagnare da Domenico.
Zaini e fucili in spalla, inizia allora quella spedizione nelle foreste
sulle montagne che costituisce il cuore del racconto: padre e figlio da
soli, a vagare per giorni dietro orme via via più consistenti,
percorrendo valloni e boschi di straziante bellezza, e soprattutto a
misurarsi con la severità di una natura straordinaria ma a tratti
spietata, nella sua completa indifferenza per la presenza umana.
Ma c’è un’altra misura che i due protagonisti riescono a trovare, tra
fatica ed imbarazzi, dissigillando silenzi e reticenze che da tempo
inaridivano i loro dialoghi scarni.
Il tempo contratto della narrazione si dilata in quello dai limiti ben
più vaghi delle emozioni, e in pochi giorni due vite cambiano
ineluttabilmente (facile pensare, e non a caso, viste le ascendenze che
lo stesso Righetto palesa nell’esergo hemingwayano, ai tre giorni che in
Per chi suona la campana racchiudono in sè l’intensità di una intera esistenza).
Il figlio conoscerà il padre, ne comprenderà i silenzi e le rudezze del
suo vivere appartato, distante perfino dal piccolo mondo del villaggio
di Santa Lucia, ne indovinerà emozioni difficili a rivelarsi, intuendole
dai ricordi smozzicati della troppo breve stagione serena vissuta
accanto alla moglie.
Alla fine padre e figlio insieme affronteranno l’orso: l’epilogo sarà
drammatico ed includerà uno squarcio di storia patria, la tragedia del
Vajont, ancorando così la narrazione ad un sovrappiù di verosimiglianza,
all’evidenza di un fatto storico così fortemente radicato nella memoria
collettiva.
La spedizione di Domenico e suo padre sulla montagna è occasione di
conoscenza e al tempo stesso rincorsa verso un’insperata possibilità di
redenzione.
Ma è soprattutto perlustrazione dei territori infiniti dell’avventura,
l’avventura pura che non cerca compenso che non sia l’intenzione stessa
che la muove (la riscossione della scommessa nel finale del racconto ha
per il ragazzo il senso della marchiatura apposta su un bel gesto
compiuto piuttosto che del pagamento di un corrispettivo), l’avventura
che è passione per ciò che si scopre e anche per ciò che si lascia
indietro.
Nel confronto con l’ambiente ostile che lo sovrasta Domenico intuisce
verità su sé e sul mondo, sulla propria capacità di crescere e di essere
o diventare adeguato al futuro che lo attende.
Si tratta di una natura per nulla pacificante, certo non reca sollievo
agli affanni né medica ferite interiori: nel giro breve di qualche
giorno di sfida incessante, il dodicenne sognatore sperimenta una
capacità di sopportare e di colpire per sopravvivere che non sapeva di
possedere. Romanzo anche di formazione, dunque, La pelle dell’orso:nel suo cimentarsi con la natura Domenico, novello Nick Adams, impara (e inventa) se stesso.
Scopre anche come la crudeltà del dolore possa colpire, senza rimedio e
senza ragione, in un punto qualunque della illimitata fuga dei giorni
che attende ogni ragazzino. Ne costituisce manifestazione tangibile l’estrema spietatezza della natura, enfatizzata dall’alone di mostruosità dell’orso.
Non pare tuttavia lecito dedurne significati allegorici, ulteriori
rispetto al carattere complessivamente realistico del romanzo (del resto
lo stesso Melville rifiutò una lettura esclusivamente allegorica del
suo Moby Dick: e che cos’è in fondo el Diaol, se non un leviatano in sedicesimo che si aggira senza pace sulle nostrane Dolomiti?).
Ad una rappresentazione epica della realtà (positiva novità nel
nostro attuale panorama letterario), Righetto adegua abilmente le
proprie strategie espressive, forte della raggiunta maturità della terza
prova letteraria.
Ed ecco allora una scrittura tutta fatti e cose, aspra, come aspra è la
storia narrata, ed antica, per la sua efficacia nel rendere, con ampi
squarci descrittivi, il paesaggio montano e l’intenso pulsare di vita di
piante e di animali racchiuso nell’ombra dei boschi.
Una scrittura, soprattutto, capace di dare conto della freschezza
primigenia di ciò che inizia e che, si intuisce, ci cambierà per sempre.
Questa voce è stata pubblicata il 23 settembre 2013 alle 23:35 ed è archiviata in Le note di lettura di Luigi Preziosi , Matteo Righetto . Segui i commenti a questo post con il feed RSS 2.0 .
Puoi lasciare una risposta, o mandare un trackback dal tuo sito.
Fonte - http://vibrisse.wordpress.com/2013/09/23/note-di-lettura-la-pelle-dellorso-di-matteo-righetto/
Analisi di una parte di "La pelle dell'Orso", di Matteo Righetto
Matteo Righetto
La pelle dell’Orso
Domande sui capitoli 1 & 2, p. 11-14
1. I due capitoli – Chi è il protagonista,
a che cosa appare?
2. I due capitoli – Dove si trova e che fa
il protagonista?
3. Pagina 14 – Caratterizzare il rapporto
del protagonista con il suo padre.
4. Primo paragrafo p. 11 e ultimo p. 14 –
Che cosa è successo al protagonista?
Analisi di una parte dell'Opera "La Repubblica delle Farfalle", Matteo Corradini
Contesto – Il Ghetto di Terezin
Il ghetto e campo
di concentramento di Theresienstadt
Il campo di concentramento di Theresienstadt venne
fondato presso la città fortezza eponima, che fa attualmente parte della
Repubblica Ceca. La fortezza fu
costruita fra il 1780 e il 1790, nacque come città-fortezza. Nel 1882 la
“grande fortezza” venne abbandonata come sede di guarnigione e la “piccola
fortezza” venne adibita a carcere di massima sicurezza.
Durante la Seconda guerra mondiale, la Gestapo prese il
controllo di Theresienstadt e l’intera cittadina (la grosse festung, cioè la grande fortezza) fu stata cinta di un muro
e trasformata in ghetto (24 nov. 1941). Venne presentato dalla propaganda come
“il modello nazista di insediamento per ebrei”, ma nella realtà questo lager
era un campo di concentramento e transito per gli ebrei diretti ad Auschwitz e
ad altri campi di sterminio.
Tra il 1941 e il 1945 vennero deportati a Theresienstadt
più di 140,000 ebrei. Alla fine della guerra, solo 17,247 erano i sopravissuti.
Mappa del Ghetto di
Terezin (Theresienstadt), nell’estate 1944
Fonte della mappa originale - http://www.ushmm.org/lcmedia/map/lc/image/the54050.gif
Brani del capitolo 2 – Bastioni (p. 10-26) & del capitolo 3 – La notte del giornale (p. 28-42)
Capitolo 2 – domande
1.
Chi sono i protagonisti?
2.
Come si muovono nelle strade del Ghetto?
3.
Che fanno nelle strade della città di notte?
Capitolo 3 – domande
1.
Come nasce un articolo del giornale? Quali sono le cose pubblicate?
2.
Perché questo capitolo giustifica il nome dell’opera?
3.
Perché, p. 30, i bambini alla sveglia “si accorgono subito” di un “errore”?
4.
Chi ha potuto cambiare delle leggi (p. 31)? Perché è preoccupante?
5.
Quali sono le cose vietate e perché?
6.
Perché sorridano di fronte al cambiamento di nome fra ghetto e zona di
ripopolamento giudaico (p. 31)?
7.
Chi era Jiri (p. 33)? Perché dovrebbe pregare “per mezzo dio”?
Iscriviti a:
Commenti (Atom)



