24 maggio 2013, In Brioches | Autore Michele Marcon
Se fossi nato con qualche decennio di anticipo, ai tempi in cui i
nostri nonni facevano filò e si raccontavano un sacco di storie più o
meno antiche seduti attorno ad un focolare, molto probabilmente avrei
sentito raccontare la storia dell'orso-diavolo “il Diàol” che
imperversava nei monti dell'agordino. E
l'avrei ascoltata narrare col fiato in gola fino a che non mi fossi
addormentato in maniera semplice e naturale, come fanno i bambini.
Per questo mi viene da dire che La pelle dell'orso di Matteo Righetto, edito da Guanda, è un libro semplice e naturale. Per quello che racconta e per come lo fa. È la storia del giovane Domenico e di suo padre Pietro che partono in direzione del bosco, zaino in spalla e fucile sottobraccio, per dare la caccia al terribile orso che terrorizza gli abitanti del paese. Lo fanno per l'avventura in sé, per una ricompensa, per vendetta e per redenzione. Domenico decide di partire anche perché un giorno avrà una storia da raccontare.
Contagiato in tenera età dello struttural-funzionalismo, tendo a vedere nel romanzo dell'autore veneto una fedele adesione a certe teorie proppiane – le parti che compongono una favola possono essere trasferite da una all'altra senza fare danni – o vogleriane – le 12 tappe dell'eroe, qui piuttosto evidenti. Ma oggi, in via di guarigione, preferisco pensare a La pelle dell'orso come a una grande e semplice storia che, per quanto pubblicata nel 2013 e ambientata neglia nni '60, riesce a riproporre temi da sempre cari all'umanità tutta; temi lunghi e larghi, e per questo mai fuori moda come la paura e il coraggio. La paura dell'ignoto e la sfida alle cause del male, che fin dall'alba dei tempi l'uomo ha trasferito, per semplicità e naturalezza, agli elementi naturali incontrollabili: il fulmine e altri eventi atmosferici, oppure bestie feroci e indomabili che ci riportano alla memoria l'archetipo romanzesco di ogni bestia feroce e malvagia: Moby Dick. Attraverso vari passaggi siamo giunti al marlin hemingwayano, simbolo della costante sfida tra uomo e natura (non è un caso che il libro di Righetto apra proprio con una citazione del buon vecchio "Papa": «Oggi non è che un giorno qualunque tra tutti i giorni che verranno: Ma quello che accadrà in tutti i giorni che verranno può dipendere da quello che farai tu oggi», da Per chi suona la campana). Inoltre La pelle dell'orso è chiaramente un romanzo di formazione, ed è un romanzo "furbetto", perché è il classico libro che un padre regalerebbe ad un figlio e che un figlio regalerebbe ad un padre. E bravo Matteo Righetto! Ma giochi facile, perché a me i libri che parlano di padri e figli piacciono un sacco, soprattutto quelli scritti con il punto di vista del figlio. Focalizzazione interna direbbero i narratologi di scuola genettiana, ma io preferisco pensare a E.T. e a Spielberg che ha scelto mirabilmente di girare gran parte del film con un inquadratura ad altezza occhi-di-Elliott (che poi sono anche gli occhi dell'extraterrestre). La citazione cinematografica non viene a caso perché, l'autore usa proprio il cinema per segnalare un momento topico del racconto:
Per questo mi viene da dire che La pelle dell'orso di Matteo Righetto, edito da Guanda, è un libro semplice e naturale. Per quello che racconta e per come lo fa. È la storia del giovane Domenico e di suo padre Pietro che partono in direzione del bosco, zaino in spalla e fucile sottobraccio, per dare la caccia al terribile orso che terrorizza gli abitanti del paese. Lo fanno per l'avventura in sé, per una ricompensa, per vendetta e per redenzione. Domenico decide di partire anche perché un giorno avrà una storia da raccontare.
Contagiato in tenera età dello struttural-funzionalismo, tendo a vedere nel romanzo dell'autore veneto una fedele adesione a certe teorie proppiane – le parti che compongono una favola possono essere trasferite da una all'altra senza fare danni – o vogleriane – le 12 tappe dell'eroe, qui piuttosto evidenti. Ma oggi, in via di guarigione, preferisco pensare a La pelle dell'orso come a una grande e semplice storia che, per quanto pubblicata nel 2013 e ambientata neglia nni '60, riesce a riproporre temi da sempre cari all'umanità tutta; temi lunghi e larghi, e per questo mai fuori moda come la paura e il coraggio. La paura dell'ignoto e la sfida alle cause del male, che fin dall'alba dei tempi l'uomo ha trasferito, per semplicità e naturalezza, agli elementi naturali incontrollabili: il fulmine e altri eventi atmosferici, oppure bestie feroci e indomabili che ci riportano alla memoria l'archetipo romanzesco di ogni bestia feroce e malvagia: Moby Dick. Attraverso vari passaggi siamo giunti al marlin hemingwayano, simbolo della costante sfida tra uomo e natura (non è un caso che il libro di Righetto apra proprio con una citazione del buon vecchio "Papa": «Oggi non è che un giorno qualunque tra tutti i giorni che verranno: Ma quello che accadrà in tutti i giorni che verranno può dipendere da quello che farai tu oggi», da Per chi suona la campana). Inoltre La pelle dell'orso è chiaramente un romanzo di formazione, ed è un romanzo "furbetto", perché è il classico libro che un padre regalerebbe ad un figlio e che un figlio regalerebbe ad un padre. E bravo Matteo Righetto! Ma giochi facile, perché a me i libri che parlano di padri e figli piacciono un sacco, soprattutto quelli scritti con il punto di vista del figlio. Focalizzazione interna direbbero i narratologi di scuola genettiana, ma io preferisco pensare a E.T. e a Spielberg che ha scelto mirabilmente di girare gran parte del film con un inquadratura ad altezza occhi-di-Elliott (che poi sono anche gli occhi dell'extraterrestre). La citazione cinematografica non viene a caso perché, l'autore usa proprio il cinema per segnalare un momento topico del racconto:
Per un attimo gli sembrò di vedersi da fuori e assistere ad un momento importante e quasi magico, come se quei minuti e quell'istante in particolare fossero un capitolo fondamentale della sua vita, quello che la professoressa di italiano parlando di cinema avrebbe chiamato scena madre.Il mondo di Domenico, e dei ragazzi in generale, è puntellato di scene madri, momenti importanti e magici, è popolato da parossismi della fantasia, creature mitologiche come le anguane e i mazaròl, oppure come un orso infernale, così infernale che ci manca solo che sputi fuoco. Ma non lo troverei strano, neanche quando la narrazione incrocia fatti verissimi e drammatici della storia nostrana come il disastro del Vajont. Non lo troverei strano perché questo è un grande racconto, semplice e naturale, pieno di cose un po' vere e un po' false, come quelli che venivano raccontati una volta per mandare i bambini a dormire.
Fonte - http://www.finzionimagazine.it/libri/brioches/matteo-righetto-la-pelle-dellorso/
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