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martedì 18 febbraio 2014

Letture della Repubblica delle Farfalle - con musica (video)


Letture della Repubblica delle Farfalle - (video)


Letture della Repubblica delle Farfalle - Poesia (Video)


Se volete leggere "La pelle dell'Orso" - Note di lettura

Matteo Righetto – La pelle dell’orso 

Un articolo di Alberto Bullado , del  
Pubblichiamo su Agorà la recensione che Ferdinando Camon ha scritto per la Stampa, a proposito de La pelle dell’orso, di Matteo Righetto, romanzo di formazione che narra un’epica avventura vissuta da un padre e un figlio, nelle terre selvagge delle Dolomiti, alla vigilia della tragedia del Vajont.
Son tornate le linci, le volpi, le aquile, i lupi, e gli orsi. Prima 5-6 coppie di Orso Bruno liberate nei boschi del Bellunese e del Trentino, a ridosso dell’Austria; adesso si calcola che ce ne siano alcune decine. Vai per i sentieri della Val Zoldana, e sai che a destra e a sinistra ce n’è qualcuno: tu non vedi lui, ma lui vede te.
Andar per monti non è più come vent’anni fa. Allora eri padrone dispotico, potevi perderti in un bosco e dormire tranquillo sotto gli alberi, sapevi che tutto ciò che si muoveva e respirava intorno a te aveva paura di te: intorno a te si stendeva il creato, così com’era uscito dalla mani del Creatore, e tu eri il re del creato. Beh, non lo sei più. Prendiamo proprio la Val Zoldana: esci dall’autostrada, arrivi a Forno, e lì un orso ha sbranato un asino; arrivi a Dont, e lì s’aggira un orso piccolo, chiamato perciò “orsetto”. Un altro, sopra Trento, ha tagliato la strada statale e ha sbattuto contro un’Alfa Romeo. Danni all’Alfa, ma lui è morto.
La Val Zoldana è vicina all’area che il mondo conosce per la catastrofe del Vajont: la catastrofe avvenne di notte, al mattino i giornali nazionali non avevano la notizia, il “Gazzettino” sì, a caratteri mastodontici, mai visti caratteri così grandi, sembravano tagliati con lo scalpello. In stazione, all’alba presto, era un via-vai di lettori che correvano in edicola a cambiare i loro giornali nazionali col “Gazzettino”. Passo spesso di lì, e ogni volta mi domando: nascerà un nuovo scrittore, capace di raccontare la nuova Natura, la paura dell’uomo detronizzato, la grandezza del piccolo uomo che affronta la Grande Bestia? E la dolcezza materna di questi monti e di queste valli, dove ci sono uomini che parlano con i cani in lingua tedesca? Cani che sono lupi, allevati da piccoli.
D’improvviso, in silenzio, eccolo il romanzo della nuova Natura, delle bestie selvagge, degli orsi e specialmente del Grande Orso, soprannominato El Diàol. Il centro del racconto sta a Colle Santa Lucia, uno di quei paesi bellissimi che però t’ispirano un senso di allarme: visiti il cimitero, delizioso, e dalle epigrafi capisci che le due guerre mondiali per loro non sono cominciate nel ‘15 e nel ’40, ma nel ’14 e ’39. Nel ’15 erano i nostri nemici.
È un’oasi di lingua ladina. L’orso Diàol sta nel cuore del bosco, assalta caprioli e nella furia di sbranarli li scaraventa tra i rami degli abeti. Il romanzo ha un impianto apparentemente hemingwayano, padre e figlio che vanno a uccidere il Diàol per intascare una maxi-scommessa, ma in realtà Hemingway sta troppo in superficie, qui il testo scende più in profondità, non lo senti derivare da qualcuno dei Quarantanove racconti di Ernest, ma dalla Linea d’ombra di Conrad.
La “linea d’ombra” segna l’uscita dell’uomo dall’età dell’innocenza e l’entrata nelle grandi sfide, la furia dell’oceano, i mostri della natura e dello spirito, fuori di te e dentro di te. Oltrepassi quella linea, e non sei più lo stesso. Qui la grande sfida sta nel cercare, trovare e uccidere il Grande Orso, El Diàol. La scommessa l’ha lanciata il padre, ma se a uccidere l’orso fosse il padre, sarebbe uno dei tanti racconti d’avventura a quota simbolica zero. Qui la quota simbolica è alta: è il figlio, 12 anni, che uccide la Bestia, su quella linea d’ombra avviene il passaggio delle consegne, il figlio è un vincente che vince la vita, il padre esce dalla vittoria e dalla vita.
Lo scontro avviene nel cuore del bosco dove il padre, quand’era ragazzo, aveva una capanna segreta, per sé e per la sua ragazza. Il figlio studia bene il posto. Diventerà il suo posto segreto. Righetto sposta indietro la vicenda, al tempo della catastrofe del Vajont, ma la spinta a scrivere gli viene oggi dal ritorno delle bestie feroci. È da queste che è eccitato. Un tempo avremmo detto “ispirato”.

Fonte - http://www.scuolatwain.it/blog/matteo-righetto-la-pelle-dellorso/

Se volete leggere "La pelle dell'Orso"... - Note di lettura

Note di lettura: “La pelle dell’orso” di Matteo Righetto.

di Luigi Preziosi
[Oggi Luigi Preziosi comincia a collaborare con vibrisse, dove pubblicherà le sue "note di lettura". Se questa recensione vi sembrerà ben fatta, potete trovarne altre qui . gm]
Sorprende felicemente, questo La pelle dell’orso di Matteo Righetto , uscito qualche mese fa presso Guanda: per diversi motivi, tra i quali spicca l’insolita esplorazione di temi poco frequentati dalla narrativa italiana di questi anni. La guida una concezione epica dell’esistenza, assimilata dalle pagine di alcuni grandi narratori di area anglosassone dell’Otto – Novecento (tra i quali, con maggior evidenza, Conrad, London, Hemingway) a cui l’autore del resto fa abbastanza apertamente riferimento. La storia è esemplarmente lineare: Domenico è un ragazzino dodicenne orfano di mamma, che abita con il padre in un villaggio delle Dolomiti nei primi anni Sessanta. Vive gli anni in cui con cautela ed incoscienza insieme si comincia ad esplorare il mondo: vaga per i boschi intorno al paese, passa ore al torrente a pescare e a sognare, mescolando con inconsapevole facilità, com’è proprio dei preadolescenti, fantasticheria e realtà. La fantasia gli si infiamma alla storie di Tom Sawyer che la professoressa di italiano racconta a scuola, e dal futuro immenso che gli si squaderna davanti attende un seguito di avventure straordinarie.
All’inizio d’autunno una ridda di voci percorre il paese, e tutte parlano con timore di un orso gigantesco che s’aggira nei boschi, e che tracce insanguinate disseminate nei boschi rivelano come creatura di una ferocia inusitata. Pietro, suo padre, con un gesto inaspettato, una sera al bar Posta sfida i paesani e scommette che esibirà la sua pelle in piazza, e per quell’impresa si fa accompagnare da Domenico. Zaini e fucili in spalla, inizia allora quella spedizione nelle foreste sulle montagne che costituisce il cuore del racconto: padre e figlio da soli, a vagare per giorni dietro orme via via più consistenti, percorrendo valloni e boschi di straziante bellezza, e soprattutto a misurarsi con la severità di una natura straordinaria ma a tratti spietata, nella sua completa indifferenza per la presenza umana. Ma c’è un’altra misura che i due protagonisti riescono a trovare, tra fatica ed imbarazzi, dissigillando silenzi e reticenze che da tempo inaridivano i loro dialoghi scarni. Il tempo contratto della narrazione si dilata in quello dai limiti ben più vaghi delle emozioni, e in pochi giorni due vite cambiano ineluttabilmente (facile pensare, e non a caso, viste le ascendenze che lo stesso Righetto palesa nell’esergo hemingwayano, ai tre giorni che in Per chi suona la campana racchiudono in sè l’intensità di una intera esistenza). Il figlio conoscerà il padre, ne comprenderà i silenzi e le rudezze del suo vivere appartato, distante perfino dal piccolo mondo del villaggio di Santa Lucia, ne indovinerà emozioni difficili a rivelarsi, intuendole dai ricordi smozzicati della troppo breve stagione serena vissuta accanto alla moglie. Alla fine padre e figlio insieme affronteranno l’orso: l’epilogo sarà drammatico ed includerà uno squarcio di storia patria, la tragedia del Vajont, ancorando così la narrazione ad un sovrappiù di verosimiglianza, all’evidenza di un fatto storico così fortemente radicato nella memoria collettiva.
La spedizione di Domenico e suo padre sulla montagna è occasione di conoscenza e al tempo stesso rincorsa verso un’insperata possibilità di redenzione. Ma è soprattutto perlustrazione dei territori infiniti dell’avventura, l’avventura pura che non cerca compenso che non sia l’intenzione stessa che la muove (la riscossione della scommessa nel finale del racconto ha per il ragazzo il senso della marchiatura apposta su un bel gesto compiuto piuttosto che del pagamento di un corrispettivo), l’avventura che è passione per ciò che si scopre e anche per ciò che si lascia indietro. Nel confronto con l’ambiente ostile che lo sovrasta Domenico intuisce verità su sé e sul mondo, sulla propria capacità di crescere e di essere o diventare adeguato al futuro che lo attende. Si tratta di una natura per nulla pacificante, certo non reca sollievo agli affanni né medica ferite interiori: nel giro breve di qualche giorno di sfida incessante, il dodicenne sognatore sperimenta una capacità di sopportare e di colpire per sopravvivere che non sapeva di possedere. Romanzo anche di formazione, dunque, La pelle dell’orso:nel suo cimentarsi con la natura Domenico, novello Nick Adams, impara (e inventa) se stesso. Scopre anche come la crudeltà del dolore possa colpire, senza rimedio e senza ragione, in un punto qualunque della illimitata fuga dei giorni che attende ogni ragazzino. Ne costituisce manifestazione tangibile l’estrema spietatezza della natura, enfatizzata dall’alone di mostruosità dell’orso. Non pare tuttavia lecito dedurne significati allegorici, ulteriori rispetto al carattere complessivamente realistico del romanzo (del resto lo stesso Melville rifiutò una lettura esclusivamente allegorica del suo Moby Dick: e che cos’è in fondo el Diaol, se non un leviatano in sedicesimo che si aggira senza pace sulle nostrane Dolomiti?).
Ad una rappresentazione epica della realtà (positiva novità nel nostro attuale panorama letterario), Righetto adegua abilmente le proprie strategie espressive, forte della raggiunta maturità della terza prova letteraria. Ed ecco allora una scrittura tutta fatti e cose, aspra, come aspra è la storia narrata, ed antica, per la sua efficacia nel rendere, con ampi squarci descrittivi, il paesaggio montano e l’intenso pulsare di vita di piante e di animali racchiuso nell’ombra dei boschi. Una scrittura, soprattutto, capace di dare conto della freschezza primigenia di ciò che inizia e che, si intuisce, ci cambierà per sempre.

Questa voce è stata pubblicata il 23 settembre 2013 alle 23:35 ed è archiviata in Le note di lettura di Luigi Preziosi , Matteo Righetto . Segui i commenti a questo post con il feed RSS 2.0 . Puoi lasciare una risposta, o mandare un trackback dal tuo sito.

Fonte - http://vibrisse.wordpress.com/2013/09/23/note-di-lettura-la-pelle-dellorso-di-matteo-righetto/  

Analisi di una parte di "La pelle dell'Orso", di Matteo Righetto


Matteo Righetto
La pelle dell’Orso

Domande sui capitoli 1 & 2, p. 11-14
1. I due capitoli – Chi è il protagonista, a che cosa appare?
2. I due capitoli – Dove si trova e che fa il protagonista?
3. Pagina 14 – Caratterizzare il rapporto del protagonista con il suo padre.
4. Primo paragrafo p. 11 e ultimo p. 14 – Che cosa è successo al protagonista?

Analisi di una parte dell'Opera "La Repubblica delle Farfalle", Matteo Corradini


Contesto – Il Ghetto di Terezin
 
Il ghetto e campo di concentramento di Theresienstadt
Il campo di concentramento di Theresienstadt venne fondato presso la città fortezza eponima, che fa attualmente parte della Repubblica Ceca. La fortezza fu costruita fra il 1780 e il 1790, nacque come città-fortezza. Nel 1882 la “grande fortezza” venne abbandonata come sede di guarnigione e la “piccola fortezza” venne adibita a carcere di massima sicurezza.
Durante la Seconda guerra mondiale, la Gestapo prese il controllo di Theresienstadt e l’intera cittadina (la grosse festung, cioè la grande fortezza) fu stata cinta di un muro e trasformata in ghetto (24 nov. 1941). Venne presentato dalla propaganda come “il modello nazista di insediamento per ebrei”, ma nella realtà questo lager era un campo di concentramento e transito per gli ebrei diretti ad Auschwitz e ad altri campi di sterminio.
Tra il 1941 e il 1945 vennero deportati a Theresienstadt più di 140,000 ebrei. Alla fine della guerra, solo 17,247 erano i sopravissuti.

Ispirato da - http://it.wikipedia.org/wiki/Campo_di_concentramento_di_Theresienstadt


Mappa del Ghetto di Terezin (Theresienstadt), nell’estate 1944


Fonte della mappa originale - http://www.ushmm.org/lcmedia/map/lc/image/the54050.gif

Brani del capitolo 2 – Bastioni (p. 10-26) &  del capitolo 3 – La notte del giornale (p. 28-42) 


Capitolo 2 – domande
1.      Chi sono i protagonisti?
2.      Come si muovono nelle strade del Ghetto?
3.      Che fanno nelle strade della città di notte?
 
Capitolo 3 – domande
1.      Come nasce un articolo del giornale? Quali sono le cose pubblicate?
2.      Perché questo capitolo giustifica il nome dell’opera?
3.      Perché, p. 30, i bambini alla sveglia “si accorgono subito” di un “errore”?
4.      Chi ha potuto cambiare delle leggi (p. 31)? Perché è preoccupante?
5.      Quali sono le cose vietate e perché? 
6.      Perché sorridano di fronte al cambiamento di nome fra ghetto e zona di ripopolamento giudaico (p. 31)?
7.      Chi era Jiri (p. 33)? Perché dovrebbe pregare “per mezzo dio”?