Note di lettura: “La pelle dell’orso” di Matteo Righetto.
di Luigi Preziosi
[Oggi Luigi Preziosi comincia a collaborare con vibrisse, dove pubblicherà le sue "note di lettura". Se questa recensione vi sembrerà ben fatta, potete trovarne altre qui . gm]
Sorprende felicemente, questo La pelle dell’orso di Matteo Righetto ,
uscito qualche mese fa presso Guanda: per diversi motivi, tra i quali
spicca l’insolita esplorazione di temi poco frequentati dalla narrativa
italiana di questi anni.
La guida una concezione epica dell’esistenza, assimilata dalle pagine
di alcuni grandi narratori di area anglosassone dell’Otto – Novecento
(tra i quali, con maggior evidenza, Conrad, London, Hemingway) a cui
l’autore del resto fa abbastanza apertamente riferimento.
La storia è esemplarmente lineare: Domenico è un ragazzino dodicenne
orfano di mamma, che abita con il padre in un villaggio delle Dolomiti
nei primi anni Sessanta.
Vive gli anni in cui con cautela ed incoscienza insieme si comincia ad
esplorare il mondo: vaga per i boschi intorno al paese, passa ore al
torrente a pescare e a sognare, mescolando con inconsapevole facilità,
com’è proprio dei preadolescenti, fantasticheria e realtà.
La fantasia gli si infiamma alla storie di Tom Sawyer che la
professoressa di italiano racconta a scuola, e dal futuro immenso che
gli si squaderna davanti attende un seguito di avventure straordinarie.
All’inizio d’autunno una ridda di voci percorre il paese, e tutte
parlano con timore di un orso gigantesco che s’aggira nei boschi, e che
tracce insanguinate disseminate nei boschi rivelano come creatura di una
ferocia inusitata.
Pietro, suo padre, con un gesto inaspettato, una sera al bar Posta
sfida i paesani e scommette che esibirà la sua pelle in piazza, e per
quell’impresa si fa accompagnare da Domenico.
Zaini e fucili in spalla, inizia allora quella spedizione nelle foreste
sulle montagne che costituisce il cuore del racconto: padre e figlio da
soli, a vagare per giorni dietro orme via via più consistenti,
percorrendo valloni e boschi di straziante bellezza, e soprattutto a
misurarsi con la severità di una natura straordinaria ma a tratti
spietata, nella sua completa indifferenza per la presenza umana.
Ma c’è un’altra misura che i due protagonisti riescono a trovare, tra
fatica ed imbarazzi, dissigillando silenzi e reticenze che da tempo
inaridivano i loro dialoghi scarni.
Il tempo contratto della narrazione si dilata in quello dai limiti ben
più vaghi delle emozioni, e in pochi giorni due vite cambiano
ineluttabilmente (facile pensare, e non a caso, viste le ascendenze che
lo stesso Righetto palesa nell’esergo hemingwayano, ai tre giorni che in
Per chi suona la campana racchiudono in sè l’intensità di una intera esistenza).
Il figlio conoscerà il padre, ne comprenderà i silenzi e le rudezze del
suo vivere appartato, distante perfino dal piccolo mondo del villaggio
di Santa Lucia, ne indovinerà emozioni difficili a rivelarsi, intuendole
dai ricordi smozzicati della troppo breve stagione serena vissuta
accanto alla moglie.
Alla fine padre e figlio insieme affronteranno l’orso: l’epilogo sarà
drammatico ed includerà uno squarcio di storia patria, la tragedia del
Vajont, ancorando così la narrazione ad un sovrappiù di verosimiglianza,
all’evidenza di un fatto storico così fortemente radicato nella memoria
collettiva.
La spedizione di Domenico e suo padre sulla montagna è occasione di
conoscenza e al tempo stesso rincorsa verso un’insperata possibilità di
redenzione.
Ma è soprattutto perlustrazione dei territori infiniti dell’avventura,
l’avventura pura che non cerca compenso che non sia l’intenzione stessa
che la muove (la riscossione della scommessa nel finale del racconto ha
per il ragazzo il senso della marchiatura apposta su un bel gesto
compiuto piuttosto che del pagamento di un corrispettivo), l’avventura
che è passione per ciò che si scopre e anche per ciò che si lascia
indietro.
Nel confronto con l’ambiente ostile che lo sovrasta Domenico intuisce
verità su sé e sul mondo, sulla propria capacità di crescere e di essere
o diventare adeguato al futuro che lo attende.
Si tratta di una natura per nulla pacificante, certo non reca sollievo
agli affanni né medica ferite interiori: nel giro breve di qualche
giorno di sfida incessante, il dodicenne sognatore sperimenta una
capacità di sopportare e di colpire per sopravvivere che non sapeva di
possedere. Romanzo anche di formazione, dunque, La pelle dell’orso:nel suo cimentarsi con la natura Domenico, novello Nick Adams, impara (e inventa) se stesso.
Scopre anche come la crudeltà del dolore possa colpire, senza rimedio e
senza ragione, in un punto qualunque della illimitata fuga dei giorni
che attende ogni ragazzino. Ne costituisce manifestazione tangibile l’estrema spietatezza della natura, enfatizzata dall’alone di mostruosità dell’orso.
Non pare tuttavia lecito dedurne significati allegorici, ulteriori
rispetto al carattere complessivamente realistico del romanzo (del resto
lo stesso Melville rifiutò una lettura esclusivamente allegorica del
suo Moby Dick: e che cos’è in fondo el Diaol, se non un leviatano in sedicesimo che si aggira senza pace sulle nostrane Dolomiti?).
Ad una rappresentazione epica della realtà (positiva novità nel
nostro attuale panorama letterario), Righetto adegua abilmente le
proprie strategie espressive, forte della raggiunta maturità della terza
prova letteraria.
Ed ecco allora una scrittura tutta fatti e cose, aspra, come aspra è la
storia narrata, ed antica, per la sua efficacia nel rendere, con ampi
squarci descrittivi, il paesaggio montano e l’intenso pulsare di vita di
piante e di animali racchiuso nell’ombra dei boschi.
Una scrittura, soprattutto, capace di dare conto della freschezza
primigenia di ciò che inizia e che, si intuisce, ci cambierà per sempre.
Questa voce è stata pubblicata il 23 settembre 2013 alle 23:35 ed è archiviata in Le note di lettura di Luigi Preziosi , Matteo Righetto . Segui i commenti a questo post con il feed RSS 2.0 .
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Fonte - http://vibrisse.wordpress.com/2013/09/23/note-di-lettura-la-pelle-dellorso-di-matteo-righetto/
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